Uno speciale di Sveja in due puntate, che segue il filo rosso dell’antifascismo tra due storie, due vite, due epoche, da Roma all’Ungheria
Sabato 21 febbraio, come ogni anno, migliaia di persone si ritrovano a Montesacro, davanti alla targa che ricorda Valerio Verbano, giovane militante comunista. Aveva 18 anni quando, il 22 febbraio 1980, tre uomini bussarono alla porta della sua casa fingendosi suoi amici e sequestrarono i suoi genitori. Quando lui rientrò poco dopo, lo uccisero a colpi di pistola.
A distanza di oltre quarant’anni, quell’omicidio non ha ancora responsabili. Le indagini si sono fermate, tra depistaggi, piste mai approfondite e prove distrutte. Quello che è certo, è che i neofascisti della zona sapevano benissimo chi era Valerio e anche che stava facendo un dossier su di loro.
Ma la storia di Valerio non si è fermata con l’inchiesta giudiziaria. Negli anni, attorno a quella vicenda si è formata una comunità che ha impedito che questa storia venisse archiviata come una delle tante pagine violente degli anni Settanta. Una comunità che ha continuato a raccontarla, difenderla, e a farne una pratica politica nel presente.
Quest’anno, ad aprire il corteo, c’erano anche i genitori di Maja T., militante antifascista in detenzione nelle carceri ungheresi dopo gli arresti seguiti alle mobilitazioni contro il raduno neonazista del “Giorno dell’Onore” a Budapest. Lo stato autoritario ungherese, vale la pena ricordarlo, ha dichiarato che “l’antifa” è un’organizzazione terroristica, seguendo quanto fatto da Trump
Questo audio-documentario parte da qui. Due storie lontane nel tempo e nello spazio che, per un giorno, si sono incontrate nello stesso luogo.





